“Il giardino delle fate” di Graziella Caropreso

 

Mia madre scriveva di fate, creature magiche e altre cose strane. Ricordo che all’epoca la guardavo un po’ “così così”, nel senso che non capivo bene se era o ci faceva. Però mi piacevano le sue storie e mi sembrava che i personaggi un po’ le somigliassero. Lei pure era una creatura un po’ particolare: un misto di dolcezza e cattiveria mischiate a strane dosi, almeno io a quell’età mi ritrovavo spesso a detestarla per le sue grida e gli scatti di nervi e altrettanto ad amarla profondamente, quando mi guardava con quegli enormi occhi un po’ smarriti. Si è sempre persa dietro ai suoi sogni, come se ci vivesse dentro; a volte iniziava a piangere ascoltando una musica o si lasciava portar via dalla trama di un libro. Mia madre leggeva montagne di libri, e io la guardavo sbalordito finirne uno e iniziarne subito un altro, come quei fumatori che si accendono la sigaretta con quella che sta finendo.
Non sono mai stato un gran lettore e confesso che neppure ora, se non per qualche pubblicazione inerente il mio lavoro, trascorro molto tempo tra le pagine. Lei invece, probabilmente teneva chiuso nei suoi cassetti più di un manoscritto che, sono certo, più volte si sarà immaginata di vedere nella vetrina di qualche importante libreria. Chissà perché le donne molto spesso anziché comunicare a parole, lasciano sulla carta i propri pensieri; certo non tutte sono delle sognatrici come mia madre: mia moglie Clelia infatti è proprio all’antitesi, una donna pratica, affatto romantica, molti la definirebbero mascolina forse, non penserebbe mai di sprecare il suo preziosissimo tempo riempiendo i quaderni. Mia moglie tra la palestra, le sedute alla beauty farm, le interminabili riunioni di lavoro, quando si ferma un attimo non legge ne’ scrive semmai si guarda un poliziesco in TV. Come mai l’ho sposata? In effetti non l’ho descritta con tanta tenerezza, però devo dire che ha qualcosa di speciale nell’atteggiamento verso la vita, che ho trovato molto affascinante fin dal primo momento, è un’ottimista. Comunque non sono qui a parlar di lei, il fatto è che proprio in questi giorni, mi sono ritrovato fra le mani un racconto scritto da mia madre, fa parte di una specie di piccola antologia sulle fate, è un racconto dove la fantasia sprizza da tutte le parti, molto sognante, adatto a un pubblico di tutte le età, lo definirei delizioso. Ricordo moltissimi anni fa qualcuno le propose di portare tutta la raccolta a una casa editrice specializzata in pubblicazioni per bambini, che probabilmente gliela avrebbero pubblicata, lei dopo un primo entusiasmo iniziale, pur continuando a scrivere, mise tutto nel cassetto, come a voler tener per sé e per pochi intimi, quelle sensazioni tradotte in parole e provenienti dal fondo del suo cuore. Come dire, una certa riservatezza, le ha poi impedito di portare a termine il suo progetto. Mia madre non era comunque una donna semplicemente dall’animo romantico, aveva una personalità molto complessa con aspetti del carattere contrastanti, e soprattutto era una che non cedeva mai ai compromessi; a qualcuno poteva sembrar dura, a me talvolta pareva pure cattiva, ma sono certo che rispondesse sempre a regole di giustizia e moralità tutte sue.
Aveva un rapporto speciale con la natura, parlava alle piante del suo amato giardino, e ricordo che io con la crudeltà tipica dei bambini, mi divertivo da matti a farle scherzi e a prenderla in giro, quando la guardavo curare con amore una sua rosa rarissima, in realtà non più grande di una spanna, come fosse un oggetto prezioso, infierivo come più potevo deridendola abbastanza ferocemente. Con gli animali riusciva veramente a parlare, a rischio di sembrar pazzo, continuo ad affermare che era proprio così, lei emetteva certi suoni e loro le rispondevano e la seguivano dove lei voleva; detto così può sembrar riduttivo, bisognava vederla, la gestualità con la quale comunicava coi gatti è rimasta proverbiale, Clelia l’ha vista e anche lei, con tutto il suo scetticismo, una volta rimase colpita dalla scena che aveva davanti agli occhi. “Ma tua madre sembra che parli coi gatti…!” “Che tipa strana che è.”

Posso dire che persone come mia madre, non ne ho poi conosciute molte nella mia vita, quando però mi è capitato di aver a che fare con questi soggetti, li ho riconosciuti subito epidermicamente, quasi dalla luce nello sguardo o da qualche movenza particolare. Ancora oggi ne sono attratto ma allo stesso tempo un po’ li temo, il ricordo di lei è ancora molto vivido, se fisso intensamente un albero o un cespuglio, mi pare di vedere i suoi capelli neri fluttuare tra i rami e di sentirla mentre parla alle rose o canta canzoni inglesi.
L’Inghilterra era il paese dei suoi sogni, lei avrebbe avrebbe dovuto esser nata in quel paese, sicuramente non aveva nulla o poco d’italiano, anche il giardino era in stile inglese, l’arredamento della sua casa era country e la musica d’oltremare vi aleggiava sempre, e tutti i pets che l’hanno sempre circondata, coi quali andava molto più d’accordo che con le persone.
La sua casa immersa nel bosco, già di per sé aveva qualcosa di magico, inoltre aveva piantato tutte quelle essenze tipiche dell’esoterismo, inteso come piccolo popolo, cioè aveva piantato le erbe delle streghe, il sambuco, il biancospino, i noccioli ecc.ecc.
Da bambino andavo in giardino e lo vedevo bellissimo, anche se ci vollero parecchi anni per arrivare alla spettacolarità di adesso, ricordo quando arrivavano piante da tutte le parti, le comprava continuamente, oppure le cercava nel bosco e le trapiantava intorno casa. Ogni volta che portava una rosa le dicevo “oh no, un altro rovo!!” E lei rideva impacciata, a volte un po’ se la prendeva e protestava, ma nulla riusciva a distoglierla nel suo continuo indaffaramento, lavorava affannosamente a quel giardino, con addosso una smania febbrile di vederlo praticamente come non lo ha mai veramente visto….. Ironia della sorte, ripeteva spesso questo concetto triste, mentre metteva a dimora una nuova pianta, la sentivo dire “quando sarà grande ricoprirà tutto il grigliato, ma se la godranno i miei nipoti….!” Purtroppo così è stato, ora siamo noi e i miei figli che corrono intorno agli alberi e scansano le fronde dei rampicanti, che ce lo godiamo, è davvero un capolavoro il Giardino delle fate, il cartello è ancora lo stesso rustico di legno e scritto a mano, legato ad un’acacia. Lei non poteva che chiamarlo così il suo giardino.
Non era superstiziosa, non credeva neppure nell’oroscopo, la sua era proprio una dimensione magica, entro la quale si svolgeva la sua vita. E’ difficile da spiegare, si rischia di essere fraintesi, però mi verrebbe da dire che lei stessa era una creatura magica: un po’ strega un po’ fata….
A volte non c’era e appariva all’improvviso, entrava nelle conversazioni come se fosse stata sempre lì celandosi ai presenti, sembrava che percepisse tutto il mondo intorno a lei con dei sensi diversi da quelli dell’essere umano. Sentiva tutto, vedeva tutto, e soprattutto ricordava particolari apparentemente insignificanti ai più, che talvolta invece si rivelavano importanti a capire le situazioni della vita, i comportamenti delle persone. Lei capiva i gatti ma anche le persone non avevano segreto, entrava nei recessi della mente con una incredibile facilità e con leggerezza trattava anche gli argomenti più scabrosi senza offendere mai, creando anzi una corrente di fiducia coi suoi interlocutori, sembrava una magia anche questa.

Io come ho detto non sono un buon lettore e tantomeno scrittore, ho tentato con queste poche righe di ricordarla e non so se ci sono riuscito; la mia professione di archeologo mi porta a girare il mondo, a entrare e uscire dalla nostra storia, e ricordo una volta tra i ghiacci scandinavi, durante una spedizione, in un sito particolarmente ricco di reperti, mi trovai in mano un recipiente molto ben conservato raffigurante una donna dai lunghi capelli neri e dagli occhi di gatto; ebbi un sussulto, la mia assistente mi chiese addirittura se stavo bene, in realtà non riuscivo più a staccare dalle mie mani l’oggetto: la donna raffigurata era mia madre….

Graziella Caropreso

Sir Joseph Noel Paton – The Quarrel of Oberon and Titania
 

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